Vino e No water

Come si traduce NO WATER?… Si  traduce no acqua, ma si legge Vino, divertimento, e cibo a km 0. Ci troviamo al centro di Villa D’agri, frazione di Marsicovetere, nel Parco Nazionale Appennino Lucano. Un posto accogliente, un personale simpatico e prodotti lucani. tutto perfetto per ere una serata in compagnia di amici.

Chi è Lucano, sa che nel periodo di Carnevale il piatto tipico è la Rafanata, ed è proprio questa che ho scelto di assaggiare accompagnata da una bottiglia di Repertorio 2012 Cantine del Notaio , un vino Lucano pieno, ben equilibrato, con evidenti note di ciliegia. I ragazzi al tavolo mi portano la classica Rafanata e  una rivisitazione in chiave moderna Cioè la rafanata fingher food un micro suffle. Chiedo al personale come vengono cucinati i cibi e da dove provengono e mi rispondono che vengono tutti cucinati al forno e i prodotti sono tutti della filiera Lucana e di conseguenza a Km 0. La politica giusta, per un locale nuovo e moderno nel cuore di una Valle, tante volte dimenticata. Lo consiglio non solo agli amanti del buon vino e dei buoni sapori, ma anche a chi è curioso e amante della buona musica. La particolarità del locale, la si evince anche dai menù, i piatti sono tutti dedicati, dai Pink Floyd a Vasco Rossi. Andate, bevete e Sognate Lucano.

Il vino nella letteratura

Il vino fu cantato dagli antichi come mezzo per gustare le gioie della vita. Iniziò Omero, il mitico poeta greco, che ne “L’Iliade” e “L’Odissea” inserisce spesso il vino al quale attribuisce un carattere sacro per le offerte agli dei, come vincolo nei giuramenti e per dare festosità ai banchetti. Dopo si lui Pindaro, Aristofane,  Euripide,  Senofonte,  Teocrito,  Alceo, Esiodo, Eschilo e, soprattutto,  Anacreonte clebrarono il vino delle proprie terre. Il mondo latino non fu da meno: Virgilio ne parla ne “L’Eneide” e ne “Le Georgiche”; Plauto nelle sue commedie. Il vino è presente nelle rime di Catullo, di Orazio, Ovidio, Giovenale, Marziale. Anche nei poeti del Medioevo,  troviamo, in rima o in prosa, scritti dedicati al vino: Jacopone da Todi scriveva: ” dell’acqua solo bevere chi non have vino” ; Dante, Petrarca, Cecco Angiolieri e, più tardi, Poliziano, Lorenzo il Magnifico, celebrano in vari modi questa bevanda per non parlare di Giacomo Casanova,  noto seduttore che si faceva aiutare nella “sua arte” dal vino eccellente. Ricordiamo ancora Goldoni, Parini nelle “Odi” e Tassoni ne “La secchia rapita”  che celebra l’Albana, vino delle sue terre. Tra i più moderni celebratori del vino ricordiamo Pascoli, D’Annunzio,  Carducci, De Amicis, Fogazzaro; tra gli stranieri basta ricordare Hemingway che parla, nei suoi romanzi,  del Volpicella.

Il vino nell’arte: musica

Vino&Musica
Vino&Musica

Gli artisti hanno sempre evidenziato il rapporto vino – arte non solo per i suoi influssi nella vita e nel costume, ma anche per la sua stessa rappresentazione simbolica. Perciò noi crediamo che il vino, buona e sana bevanda, abbia avuto un innegabile importanza sui processi creativi. Consideriamo il suo rapporto con la musica. La mitica Euterpe, la più antica musa della storia, amava il vino. Ottimi bevitori furono, tra il X e il XI secolo, Guittone d’Arezzo, Pierluigi da Palestrina, Gesualdo da Venosa, Pergolesi Paisiello, Cimarosa. I più grandi musicisti del XIX secolo, furono eccellenti bevitori di vino e la loro vita è legata a vari aneddoti enoici. Donizetti vi trovò ispirazione, si dice, nel comporre l”Elisir d’amore”, Lisa nella “Sonnambula” di Bellini è un’ostessa, Giordano nell'”Andrea Chenier”, fa brindare la mulatta Bersi con bordoux e champagne; anche nella triste opera dei “Pagliacci”, Leoncavallo riporta riferimenti enoici. E così fa Ponchielli ne “La Gioconda”. Verdi, amante del buon vino, lo inserisce con celebri brindisi e richiami vari in quasi tutte le sue opere: “Rigoletto”, “Traviata”, “La forza del destino”, “Falstaff”. Non ultimo Mascagni ne “La cavalleria rusticana”. E non solo i musicisti italiani hanno celebrato il vino. Mozart nel “Don Giovanni” ricorda il marzemino, un vino veneto; Auber fa iniziare il quinto atto de “La muta di Portici” con tutti i protagonisti aventi in mano coppe di vino. Veri intenditori erano Massenet e Bach; Beethoven prediligeva i vini d’Austria. Per non parlare, poi, della musica leggera…