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I Cinque Sensi del Vino

L’impero dei sensi è governato dal vino. Nel suo lago di piacere, nuotano quelli superficiali e quelli più profondi. Non ne manca neanche uno: vista, udito, olfatto, gusto e tatto. Tutti contribuiscono a rendere un sorso di vino un sorso di vita.

Vedere il vino

Il primo senso che individua qualcosa che desideriamo è la vista: prima si gusta con gli occhi e poi con la bocca. Sono molteplici gli effetti che il colore produce sul sapore. Non è un caso che la caratterizzazione di un vino, generalmente, inizia dal suo colore. Recuperare una correlazione col mondo che si percepisce e si descrive tramite il linguaggio è una necessità del cervello, la quale si attiva nel momento in cui il vino si “vede” e si brama. Il sapore del vino, dunque, è descritto grazie a “etichette” linguistiche, parole afferenti a oggetti dello stesso colore perché così si instaura una relazione comune tra diversi i diversi soggetti.
In base alla somiglianza con altre “cose” del mondo, il vino può essere:

Bianco

  • bianco carta: un giallo così tenue da sembrare incolore;
  • giallo verdolino: una tinta dovuta alla presenza di riflessi verdognoli, residui di clorofilla nell’uva;
  • giallo paglierino: il colore più diffuso nei vini bianchi e, come dal nome, richiama il pigmento della paglia;
  • giallo dorato: un giallo energico che si rifà alla sfumatura tipica dell’oro;
  • giallo ambrato: il colore dei vini troppo invecchiati o dei vini passiti e del Vin santo.

Rosato

  • rosa tenue: simile ai petali del fiore;
  • rosa cerasulo: come il colore delle ciliegie mature;
  • rosa chiaretto: un rosa che va verso il rosso.

Rosso

  • rosso porpora: rosso che tende al viola e indice di vini ben predisposti all’invecchiamento;
  • rosso rubino: simile alla pietra preziosa;
  • rosso granato: colore paragonabile a quello del sangue;
  • rosso aranciato: colore tipico dei vini ossidati.

Sentire il vino

“Come son dolci
Bella bottiglia,
Come son dolci
I vostri glu-glu!”

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Il Pranzo di Pasqua

Cammino di Santiago di Compostela - Foto Giuseppe Guerriero
Cammino di Santiago di Compostela – Foto Giuseppe Guerriero

Oggi è Pasqua e tra due ore arriva la cara Luise a farmi visita. Si trattiene per il pranzo pasquale…sai com’è “Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi”. Luise ha deciso di passarla con me, la cara compagna di viaggio, anzi del viaggio più importante della nostra vita: il Cammino di Santiago. Ma sono raffreddata e ho la febbre, non mi sento affatto bene. Non ho l’energia per cucinare nulla. Come fare? Cosa mi invento per rendere “gustoso” l’abbraccio di una delle donne più importanti della mia vita?
Ci incontrammo la quarta settimana di pellegrinaggio, sulla Via Tolosana, ad Auch, la capitale storica della Guascogna. Ah la Guascogna! Le sue strade sono state costruite sui sentieri battuti dai pellegrini per raggiungere la tomba di San Giacomo: la tomba di quel che è stato e la culla di quel che sarà. Un pellegrinaggio per il cambiamento. Un cammino verso la rinascita. Così come il pasto sacro della Pasqua suggella la rinascita della primavera, la capacità di risorgere dopo la buia secchezza dell’inverno. Ho trovato! Ecco l’idea del mio pranzo: un semplice ma elegante convivio per ricordare la nostra trasformazione, la nostra rinascita. Una Colomba Mediterranea Fiasconaro e un bicchiere di Bas Armagnac astuccio Veuve Goudoulin.

Nelle conchiglie che ci siamo portate sorseggeremo i ricordi di uno dei momenti più duri del Cammino: la Guascogna, patria dell’eroico moschettiere D’Artagnan e della più antica acquavite di vino del mondo: l’Aygue ardente, l’acqua ardente o Armagnac. Il tonico che, anticamente, si usava per vivacizzare l’ingegno e l’allegria. Come secoli fa, anche noi fummo rimesse in piedi da questo succo corroborante e lenitivo della fatica. Seguimmo i consigli di un vecchio guascone che ci raccontò di quando gli ospedali curavano i debilitati pellegrini con l’Armagnac e le taverne lo vendevano ai viandanti per sostenerli nella fatica del viaggio. Così al primo sorso del corroborante distillanto, come un turbine che dallo stomaco si allarga a tutte le membra, ecco la forza tornare, la grinta farsi avanti e l’entusiasmo irrompere nella nostra voglia di continuare!

Fuori da ogni programma, io e Luise decidemmo di fare una piccola deviazione per conoscere meglio questo elisir dell’energia. Visitammo la Maison Veuve Goudoulin a Courrensan in Bas Armagnac. Una delle più raffinate case produttrici dell’antica acquavite. Dal 1935 crea Armagnac distillando dei migliori vini bianchi della regione, grazie all’utilizzo dell’alambicco “armagnacais” (che ha la particolarità di funzionare in continuo, producendo distillati molto fini e pieni di aromi) e a metodi artigianali e tradizionali. Il riposo prolungato nelle botti di rovere dona a questi armagnac il loro bel colore aranciato/ambrato, insieme al particolare gusto di “antico”, caratteristico dei buoni Armagnac. Fu proprio qui che feci spedire un Bas Armagnac astuccio Veuve Goudoulin al mio indirizzo, in attesa di una grande occasione per scartarlo e degustarlo ancora. Ed ecco arrivato il giorno speciale: la Pasqua con la mia compagna di Cammino!

Prima mangeremo la Colomba Mediterranea Fiasconaro, artigianale fatta al forno con canditi d’ananas e albicocca ricoperta di glassa e pistacchi di Bronte… tanto per ricordare anche la mia amata Sicilia. Poi, con grande sorpresa di Luise, potremo risorseggiare l’energia e la forza che abbiamo conquistato lungo il Cammino, quell’acqua ardente che si chiama Armagnac: un’eterno ritorno al rifiorire della primavera. Una Pasqua distillata lungo l’intera vita!

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Il Carnevale di Dioniso e le Maschere della Basilicata

Foto presa dalla pagina facebook di Basilicata Turistica
Foto presa dalla pagina facebook di Basilicata Turistica

Prima di dire addio alla carne, la stagionalità delle feste annuali ci regala la più bella abbuffata per occhi e pancia. Il Carnevale! Quello lucano è fra i più interessanti e particolari di tutta Italia, non solo perché non ce n’è uno solo ma diversi, con disparate maschere e altrettante culture che le hanno generate, ma anche perché esistono tanti piatti tipici di carnevale da poter gustare e innaffiare con vini locali di grande qualità e prestigio.

Il Carnevale è la festa più gradita a Dioniso, anzi è il baccanale per eccellenza e, come tale, l’ingrediente fondamentale è il vino e la libertà. Per una fase dell’anno possiamo irrorare le nostre vene di sfrenata anarchia, assenza di regole e ruoli sociali capovolti. Possiamo inebriare il nostro corpo di tutto il dissetante fiume di libertà… perché tanto nessuno ci può riconoscere. Siamo la Maschera. E la maschera ha bisogno di amore, proprio come la mandria di vacche e di tori del carnevale di Tricarico.

Carnevale 2015 a Tricarico
Carnevale 2015 a Tricarico

A Tricarico il carnevale è una transumanza di fertilità, dove la nera maschera, il virile toro, rincorre e conquista la bianca giovenca, in un allegro frastuono di campanacci e nastri colorati. La fluidità degli armenti è la stessa del nettare divino che ne alimenta il vigore e l’auspicio di prosperità. Così come prospero e scorrevole ci auguriamo che sia il nuovo anno mentre brindiamo con un Vino Dioniso 2009 Eleano. Un’interpretazione versatile dell’Aglianico Eleano, fresco e fruttato ma dal carattere deciso che ci permette di gustarlo a tutto pasto.

Sempre simili all’animale sacro a Dioniso, il toro, sono le maschere cornute del carnevale di Aliano. Demoni irrequieti ed energici, sfrecciano lungo le strade del paese armati di una sorta di fallico manganello, il “ciuccigno”, con il quale percuotono il desiderio. I campanelli di bronzo appesi ai mutandoni invernali ne preannunciano l’arrivo e i coloratissimi cappelli, impreziositi dalle virili penne di gallo, sono gli splendidi piumaggi che attirano l’amore. Fisarmoniche e “cupa cupa” danno il ritmo alla spossante danza di corteggiamento. E tra un “ciuccigno” e l’altro, possiamo gustare i “frzzul”, piatto tipico del carnevale alianese, preparati con un filo di giunco attorno al quale si avvolge la pasta fatta in casa, che poi viene sfilata. I “frzzul” vengono conditi con formaggio pecorino e rafano, radice invernale tipicamente carnevalesca, e cosparsi di ragù di cotica e carne di maiale. A questo punto non si può fare a meno di dare sollievo alle gole e lavar via le fatiche, così noi decidiamo di sacralizzare l’evento e bere un Rogito delle Cantine del Notaio 2012. Un vino rosato ottenuto con uve Aglianico del Vulture: morbido, aromatico, di grande personalità, una lettura diversa del più importante vitigno della Basilicata.

Anche la collina materana ha il suo carnevale e la sua gastronomia tipica dedicata alla festa della libertà e di Dioniso. Il carnevale di San Mauro Forte si sente, eccome se si sente! Una sfilata di squadre di suonatori di campanacci percorrono le vie del paese. Possiamo distinguere i “maschi”, perché sono campanacci più lunghi col batacchio che fuoriesce dalla bocca, e le “femmine” , che sono campanacci dalle bocche piuttosto larghe. Anche qui l’allusione sessuale e il valore simbolico della fertilità sono abbastanza evidenti. C’è bisogno di dolcezza nell’incontro fra i due sessi sonanti, sigillato da un piatto tipico del carnevale della collina materana: i ravioli dolci ripieni di ricotta, zucchero, cannella, uova, buccia di limone e conditi dalla forza del sugo di maiale e pecorino. Strano? No, ottimo! E poi giù un bicchiere di Re Manfredi Rosso Taglio del Tralcio 2012: un Aglianico regale delle Terre degli Svevi che, grazie al suo piacevole residuo zuccherino, esalta tutto il dolce dei ravioli. Ma se il desiderio di dolcezza ancora ci attanaglia la gola, possiamo assaggiare un’altra chicca della gastronomia tradizionale del carnevale: il sanguinaccio di San Mauro Forte, fatto di sangue di maiale a cui si aggiunge cioccolato, mandorle tostate e tritate, cannella, latte e scorza di limone. E il suo sposo non può essere altro che il rosso rubino chiaro del Dolce Nocte del 2009, cantine Terra dei Re.

U Rumit 2015
U Rumit Carnevale di Satriano 2015

Ma non crediate che la Basilicata abbia solo maschere che richiamano la sua culturale pastorale e agricola. No, qui c’è anche la maschera in onore di Gaia, Gea, Madre Terra: il Rumìt del carnevale di Satriano. La maschera- albero. Ricoperta d’edera, strofina il suo pungitopo sulle porte per scacciare i demoni e la cattiva sorte. Augura prosperità in cambio di comprensione e rispetto. Un gesto così delicato, merita almeno una gentile offerta: un bicchiere di Vike Rosato 2013 Cervino di Roccanova. Di colore rosa cerasulo tenue, con profumi di frutta fresca, mora, fragola e frutti di bosco e dal sapore fresco, armonico, complesso ed intrigante, proprio come le fate che si nascondono sotto le foglie del Rumìt. Dopo l’aperitivo, siamo pronti ad addentare la “pizza chiena”: piatto tipico del carnevale di Satriano, fatto con farina di frumento, uova, salsiccia, prezzemolo e formaggio a pasta fresca e stagionato.

Ultimo tocco di piacere dionisiaco è il carnevale di Lavello e i suoi “Festini”, delle vere e proprie feste di ballo poste in vari punti del paese, alle quali si uniscono gruppi di giovani mascherati che, al suono dei più disparati strumenti musicali, girano per le strade chiedendo di intrecciare danze tipiche con gli invitati alla festa. Le maschere di Lavello sono i Domini, caratterizzati da una lunga tunica rossa, o nera, o blu, ornata da un cappuccio chiamato “pappelosc”. A questo punto a malincuore dobbiamo salutare le abbuffate e prepararci all’astinenza quaresimale, ma non senza bere l’ultimo desiderio: un Gudarrà 2010 Bisceglia. È già nel dialetto lavellese la promessa di quel che ci aspetta. Godrà colui che non dimenticherà la Maschera e i carnevali della Basilicata, perché qui il gesto apotropaico è rammentato dalle multiformi creazioni umane che, dall’antichità a oggi, rinnovano il loro messaggio di libertà e prosperità.