Il vino italiano attraverso i secoli

Capasone Foto di Francesco Rossini
Capasone Foto di Francesco Rossini

Trovare in uno scavo archeologico un’anfora o una coppa sta significare che, in un determinato momento della storia, molto probabilmente si aveva conoscenza della viticoltura, segno evidente della raggiante civiltà di un popolo. Gli Etruschi furono i primi coltivatori di vite nell’Italia centrale, mentre a sud e nelle isole furono i Greci a portare diversi vitigni e ad introdurre nuove tecniche. I Romani, poi, difesero l’egemonia del mercato del vino nel Mediterraneo.  Per gli antichi, solo un dio poteva aver recato un dono così prezioso per l’umanità, per cui il vino fu sempre legato alle divinità: lo si offriva agli dei nei sacrifici, si donava ai sarcedoti per propiziarsi la divinità,  si brindava agi dei prima dei banchetti. Il vino non poteva mancare alle feste, nelle cerimonie pubbliche e private. In onore della vendemmia si celebravano speciali feste dette dionisiache e baccanali. Ancora oggi, anche se con contenuti mistici differenti, il vino è presente in molteplici occasioni, come nel sacrificio eucaristico del rito cristiano. I Romani furono maestri nell’arte vinicola e inventori di tecniche ancora oggi sfruttate. Furono gli inventori dei vini passiti, dei vini cotti (Marsala, Porto, Malaga), dello spumante e dei vini aromatizzati alle varie essenze. Con le invasioni barbariche, anche i vigneti furono devastati e si deve ai monasteri il merito della continuità della tradizione enologica,  anche se la produzione era limitata alla quantità “per dir messa”. Dopo l’anno mille, ci fu il ritorno alla viticoltura che man mano progredisce fino a giungere a risultati eccellenti nella produzione e nella distribuzione dei vini italiani.