Il vino nella letteratura

Il vino fu cantato dagli antichi come mezzo per gustare le gioie della vita. Iniziò Omero, il mitico poeta greco, che ne “L’Iliade” e “L’Odissea” inserisce spesso il vino al quale attribuisce un carattere sacro per le offerte agli dei, come vincolo nei giuramenti e per dare festosità ai banchetti. Dopo si lui Pindaro, Aristofane,  Euripide,  Senofonte,  Teocrito,  Alceo, Esiodo, Eschilo e, soprattutto,  Anacreonte clebrarono il vino delle proprie terre. Il mondo latino non fu da meno: Virgilio ne parla ne “L’Eneide” e ne “Le Georgiche”; Plauto nelle sue commedie. Il vino è presente nelle rime di Catullo, di Orazio, Ovidio, Giovenale, Marziale. Anche nei poeti del Medioevo,  troviamo, in rima o in prosa, scritti dedicati al vino: Jacopone da Todi scriveva: ” dell’acqua solo bevere chi non have vino” ; Dante, Petrarca, Cecco Angiolieri e, più tardi, Poliziano, Lorenzo il Magnifico, celebrano in vari modi questa bevanda per non parlare di Giacomo Casanova,  noto seduttore che si faceva aiutare nella “sua arte” dal vino eccellente. Ricordiamo ancora Goldoni, Parini nelle “Odi” e Tassoni ne “La secchia rapita”  che celebra l’Albana, vino delle sue terre. Tra i più moderni celebratori del vino ricordiamo Pascoli, D’Annunzio,  Carducci, De Amicis, Fogazzaro; tra gli stranieri basta ricordare Hemingway che parla, nei suoi romanzi,  del Volpicella.